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Financial Holdings

Fondi attivi vs ETF: perché l'83% dei gestori perde contro il mercato


La scommessa da un milione di dollari

Nel 2007 Warren Buffett fece una cosa che nessun gestore di hedge fund avrebbe mai fatto: scommise un milione di dollari sul fatto che un banale fondo indicizzato avrebbe battuto i migliori cervelli della finanza mondiale nell'arco di dieci anni.

La sfida fu raccolta da Ted Seides di Protégé Partners, che selezionò cinque hedge fund, i migliori, quelli con le commissioni più alte, i talenti più brillanti, le strategie più sofisticate. L'élite dell'élite della gestione attiva.

Risultato dopo dieci anni? Il fondo indicizzato S&P 500 rese il 7,1% annuo composto. I cinque hedge fund, in media, il 2,2%. Non andò "un po' peggio", andò tre volte peggio. Buffett vinse la scommessa, donò il milione in beneficenza, e il mondo della finanza fece finta di niente.

Ma il dettaglio più eloquente non è la scommessa in sé. È quello che Buffett ha scritto nel proprio testamento: il 90% del patrimonio destinato alla moglie dovrà essere investito in un fondo indicizzato a basso costo. L'uomo più ricco del mondo, che ha passato sessant'anni a selezionare titoli, dice alla propria famiglia di non provarci nemmeno.

Se non è un indizio sufficiente, forse non esistono indizi sufficienti.

Un'industria da 2.000 miliardi che non mantiene le promesse

La promessa della gestione attiva è semplice: paghi di più perché un professionista seleziona i titoli migliori per te. Compra quelli sottovalutati, vende quelli sopravvalutati, e ti porta un rendimento superiore a quello del mercato. Sembra ragionevole.

Peccato che i dati raccontino una storia diversa.

Il Morningstar Active/Passive Barometer 2024, lo studio più completo al mondo sulla performance dei fondi, mostra che solo il 23% dei fondi a gestione attiva riesce a battere il proprio benchmark di riferimento su un orizzonte di 10 anni. Non il 50%. Non il 40%. Il ventitré percento. Il che significa che il 77% dei gestori attivi sottoperforma lo strumento che pretende di battere.

E il dato reale è ancora peggiore di così. Perché il 23% include solo i fondi sopravvissuti.

Esiste un fenomeno chiamato survivorship bias, ovvero distorsione del sopravvissuto. Quando un fondo va male per troppi anni consecutivi, la società di gestione non lo tiene aperto come monumento al fallimento. Lo chiude, lo fonde con un altro fondo, lo fa sparire. I dati di quel fondo scompaiono dalle statistiche. Il risultato è che le performance medie dei fondi attivi appaiono migliori di quanto siano nella realtà, perché i cadaveri vengono rimossi dalla scena prima che qualcuno li conti.

Burton Malkiel, economista di Princeton e autore di A Random Walk Down Wall Street, la mette così: "La prova più convincente dell'efficienza dei mercati è che i gestori professionisti non riescono a batterli in modo sistematico." Non è un'opinione, è la fotografia di sessant'anni di dati.

Numeri, costi e il paradosso della complessità

Il confronto che l'industria non vuole mostrarti

Partiamo da una tabella. Una di quelle semplici che però valgono più di mille slide del tuo promotore bancario:

Strumento

TER medio annuo

Performance vs benchmark (10 anni)

ETF globale (VWCE / SWDA)

0,20%

Allineato al benchmark

Fondo attivo Italia equity

1,80% — 2,50%

77% sottoperforma il benchmark

Gestione patrimoniale

2,00% — 3,00%

Dati non pubblici (spoiler: un motivo ci sarà)

Lo spread di costi tra un ETF globale e un fondo attivo medio italiano è di circa 1,60% — 2,30% all'anno. Sembra poco, scritto così. Non lo è.

Secondo i dati ADUC, i fondi comuni italiani con TER superiore al 2% sottoperformano sistematicamente i rispettivi benchmark. Non "qualche volta". Non "nella maggior parte dei casi". Sistematicamente. È una legge quasi fisica: più paghi, meno ottieni. Negli investimenti, a differenza che nella vita di tutti i giorni, il prezzo più alto non corrisponde a un prodotto migliore.

Jack Bogle, il fondatore di Vanguard che ha reso possibile l'investimento indicizzato per le masse, riassumeva il concetto con una frase che dovrebbe essere stampata sulla porta di ogni filiale bancaria: "In investing, you get what you don't pay for." Negli investimenti, ottieni ciò che non paghi.

166.000 euro: il prezzo dell'illusione

Facciamo parlare i numeri, che sono sempre il miglior antidoto alle favole.

Simulazione a 30 anni: 500 euro al mese, rendimento lordo di mercato 7% annuo.

Strumento

Costo annuo (TER)

Valore finale a 30 anni

Differenza

ETF a basso costo

0,20%

€586.000

Fondo attivo medio

2,00%

€420.000

-€166.000

Centosessantaseimila euro. È la differenza tra un portafoglio con costi allo 0,20% e uno al 2,00%. Stessa cifra investita ogni mese, stesso mercato, stesso arco temporale. L'unica variabile è il costo. E 166.000 euro sono il prezzo di un appartamento in molte città italiane, o l'intero fabbisogno pensionistico integrativo di una persona.

Non è un errore di calcolo. È l'interesse composto che lavora al contrario: quando i costi si compongono anno dopo anno, l'erosione del capitale è devastante. È la versione finanziaria della goccia che scava la pietra, solo che la pietra sono i tuoi risparmi, e la goccia è il TER del tuo fondo attivo.

Perché i gestori non battono il mercato? La spiegazione controintuitiva

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma come è possibile? Stiamo parlando di persone preparate, laureate nelle migliori università, con team di analisti, algoritmi, Bloomberg Terminal e budget miliardari. Come fanno a perdere contro un fondo che compra tutto e non fa nulla?

La risposta la dà la matematica, prima ancora dell'economia.

Primo: i gestori attivi, nel loro insieme, sono il mercato. Per ogni gestore che batte il benchmark, ce ne deve essere un altro che perde contro di esso. È un gioco a somma zero prima dei costi. Dopo i costi, che nel caso dei fondi attivi sono molto più alti, diventa un gioco a somma negativa. L'investitore medio in fondi attivi è matematicamente destinato a sottoperformare l'investitore medio in fondi indicizzati. Non è un'opinione pessimista: è aritmetica.

Secondo: la competizione tra gestori è diventata così feroce che i margini di vantaggio si sono quasi azzerati. Come spiega l'analisi di Philosophical Economics, il paradosso è che la crescita dell'investimento indicizzato aumenta l'efficienza del mercato, perché rimuove dalla competizione attiva gli investitori meno abili. Chi resta a giocare la partita attiva si ritrova a competere solo contro altri professionisti di altissimo livello, rendendo ancora più improbabile che qualcuno batta il mercato in modo consistente.

Charles Ellis, ex presidente del CFA Institute, sintetizza il dramma con una frase che dovrebbe far riflettere ogni risparmiatore: "Il 99% degli sforzi professionali viene dedicato a un compito con pochissime chance di successo: battere il mercato."

Terzo: il survivorship bias che abbiamo citato prima. Non vedi i fondi che hanno chiuso. Non vedi le strategie che hanno fallito. Vedi solo i sopravvissuti e concludi che la gestione attiva "funziona" perché guardi un campione distorto. È come valutare la sicurezza dei paracadute intervistando solo chi è atterrato intero.

L'illusione della complessità (e chi ci guadagna)

C'è un meccanismo psicologico che l'industria sfrutta magistralmente: la complessità vende meglio.

Se qualcuno ti dicesse "compra un ETF globale, mettici 500 euro al mese, e non toccarlo per vent'anni", ti sembrerebbe troppo semplice. Come può funzionare qualcosa di così banale? Ci dev'essere un trucco. Meglio affidarsi a qualcuno che usa parole complicate, che ha un ufficio con i pannelli in legno, che ti mostra grafici colorati pieni di frecce, e che ti propone un prodotto "su misura" (su misura delle sue commissioni, ma questo non te lo dice).

Charlie Munger, socio storico di Buffett e forse il pensatore più lucido della storia della finanza, la metteva così: "Le scuole di business premiano il comportamento complesso più di quello semplice, ma il comportamento semplice è più efficace."

E Bogle rincarava: "La semplicità è sempre stata la chiave del successo negli investimenti."

L'industria finanziaria ha un incentivo strutturale a complicare, non a semplificare. Perché la complessità giustifica i costi elevati. Nessuno pagherebbe il 2% all'anno per un consiglio che si riassume in tre parole: "compra l'indice". Invece, molti pagano volentieri il 2% per una strategia "multi-asset dinamica con overlay tattico e protezione del drawdown" che, nella maggior parte dei casi, fa peggio dell'indice.

Ma allora gli ETF sono tutti uguali?

No. E questa è una distinzione cruciale.

La forza dell'investimento indicizzato è nella filosofia di Jack Bogle: indicizzazione broad-based, ampia, diversificata, a basso costo. Un ETF che replica l'MSCI World o il FTSE All-World è lo strumento con cui questa filosofia prende forma concreta.

Ma negli ultimi anni sono proliferati ETF tematici, settoriali, a leva, su criptovalute, sull'intelligenza artificiale, sulla cannabis (sì, esistono). Questi strumenti hanno il "contenitore" dell'ETF (e quindi i costi bassi) ma tradiscono completamente la filosofia che rende gli ETF indicizzati così efficaci.

Confondere "investo in ETF" con "ho una pianificazione finanziaria" è come rispondere "vado alla Coop" alla domanda "qual è la tua alimentazione?". Lo strumento non è la strategia. L'ETF è un veicolo, ciò che conta è dove lo stai portando, e perché (ne parliamo in dettaglio nella guida a cosa sono gli ETF).

Concretamente: cosa fare con queste informazioni

Se sei qui, probabilmente hai un portafoglio con fondi attivi e ti stai chiedendo se hai buttato dei soldi. La risposta breve è: probabilmente sì. Quella lunga è che non è colpa tua, è un sistema costruito per vendere, non per consigliare.

Ecco cosa puoi fare oggi:

1. Controlla i costi reali del tuo portafoglio
Chiedi alla tua banca il rendiconto MiFID. Cerca la voce "costi totali". Dividi per il capitale investito. Se il risultato supera l'1,5% annuo, stai pagando troppo. Se supera il 2%, stai pagando molto troppo.

2. Confronta le performance con il benchmark
Prendi il rendimento del tuo fondo e confrontalo con l'indice che dichiara di battere. Se su 5 o 10 anni il fondo ha fatto peggio dell'indice — al netto dei costi — stai pagando un gestore per ottenere meno di quello che avresti ottenuto senza di lui.

3. Calcola il costo-opportunità
Usa la simulazione che hai visto sopra. Quanti soldi stai lasciando sul tavolo ogni anno? Moltiplicalo per gli anni che ti separano dalla pensione. Quel numero è il prezzo reale dell'inerzia.

4. Non correre, ma non restare fermo
Passare da un portafoglio in fondi attivi a uno in ETF indicizzati non si fa in un giorno. Ci sono implicazioni fiscali, commissioni di uscita, tempistiche da valutare. Ma la direzione è chiara: ogni anno di ritardo costa, e i costi composti non aspettano.

5. Distingui il prodotto dalla pianificazione
Comprare ETF non è una pianificazione finanziaria. È il primo passo. Una vera pianificazione parte dagli obiettivi di vita, dalla capacità di risparmio, dall'orizzonte temporale, e solo alla fine arriva la scelta degli strumenti.

L'unica scommessa intelligente

Warren Buffett non ha vinto quella scommessa perché è un genio. L'ha vinta perché ha scommesso sull'aritmetica. I costi contano. La semplicità funziona. E nel lungo termine, il mercato batte quasi tutti coloro che provano a batterlo.

Il 77% dei gestori attivi perde contro il mercato su 10 anni. Non perché siano incompetenti, ma perché la struttura dei costi e la competizione rendono il gioco quasi impossibile da vincere in modo consistente. E chi paga il prezzo di questa partita persa non è il gestore (che incassa le commissioni comunque), ma il risparmiatore.

La vera domanda non è se il tuo gestore sia nell'élite del 23% che batte il mercato. La vera domanda è: vuoi scommettere i tuoi risparmi su una probabilità del 23%?

Se vuoi iniziare a capire come investire seguendo questa logica e costruire basi solide per le tue decisioni finanziarie, puoi partire dal nostro corso gratuito.


FAQ

I fondi attivi non battono mai il mercato?
Non è mai. Il 23% ci riesce su 10 anni. Il problema è duplice: primo, non sai in anticipo quale fondo sarà in quel 23% — i risultati passati non predicono quelli futuri, come ripetono ossessivamente (e giustamente) i documenti informativi di ogni fondo. Secondo, quel 23% si riduce ulteriormente su orizzonti più lunghi. Su 20 anni, la percentuale scende a livelli ancora più impietosi. E il survivorship bias rende anche quel numero più generoso di quanto sia nella realtà.

Se tutti investissero in ETF indicizzati, il mercato non smetterebbe di funzionare?
È una delle obiezioni più frequenti, ed è teoricamente fondata. Se nessuno facesse analisi e selezione dei titoli, i prezzi non rifletterebbero più il valore reale delle aziende. Ma siamo lontanissimi da quel punto: gli investimenti indicizzati rappresentano ancora una quota minoritaria del mercato globale. Paradossalmente, come spiega l'analisi di Philosophical Economics, la crescita dell'indicizzazione aumenta l'efficienza perché rimuove dalla competizione attiva gli investitori meno informati — lasciando un mercato più efficiente, non meno.

Ma il mio consulente dice che il suo fondo è diverso dagli altri. Ha ragione?
Forse. Ma ricorda che il 77% dei gestori che oggi sta sottoperformando diceva esattamente la stessa cosa dieci anni fa. Chiedi al tuo consulente di mostrarti il confronto tra la performance netta del fondo (dopo tutti i costi) e il benchmark di riferimento su almeno 5-10 anni. Se non vuole o non sa farlo, hai la tua risposta. E soprattutto, chiediti: chi lo paga? Se il suo reddito dipende dai prodotti che ti colloca, il suo incentivo è collocarti qualcosa — non necessariamente la cosa migliore per te.

Vale la pena passare dai fondi attivi agli ETF anche se ho un portafoglio piccolo?
Assolutamente sì. Anzi, su portafogli piccoli la differenza di costo in percentuale incide ancora di più sulla crescita futura, perché hai bisogno di tutto l'interesse composto disponibile per far crescere il capitale. Detto questo, il passaggio va valutato con attenzione: ci possono essere commissioni di uscita, minusvalenze da compensare, e implicazioni fiscali. Non è un'operazione da fare di impulso — ma è un'operazione da fare.

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